ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 18 ottobre 2017

Piazza pulita della tradizione


BRUTTE CHIESE POSTCONCILIARI

Edifici del neoculto sembrano solo delle palestre: le brutte chiese postconciliari inseguono il mondo non cercano il divino edificate in omaggio a un non meglio definito “spirito ecumenico e conciliare” avviliscono il paesaggio di Francesco Lamendola  



 
  
Le brutte chiese edificate dopo il Concilio Vaticano II, in omaggio a un non meglio definito “spirito ecumenico e conciliare” (aggettivi che finiscono per diventare passepartout da tirar fuori a proposito e a sproposito), le quali avviliscono il paesaggio di tante periferie urbane e aggiungono squallore a squallore, in quartieri già fin troppo imbruttiti e cementificati, sono una tipica manifestazione di quel malinteso teologico per cui la Chiesa cattolica, protesa a “dialogare” con il mondo moderno, si è trovata sovente ad inseguirne i miti ed i falsi valori, allontanandosi, in pratica - ma senza rendersene conto, anzi fermamente convinta del contrario - dal divino.
Sta di fatto che chi entra in uno di questi edifici “sacri”, che di sacro, nel senso di “spirituale”, hanno poco o niente, veri e propri monumenti alla vanità di qualche architetto pretenzioso e, naturalmente, “progressista” (qualunque cosa ciò voglia dire), chi vi entra, dicevamo, non avverte il respiro dell’infinito, non percepisce l’irrompere luminoso della dimensione superiore, non si sente proiettato nella sfera mistica ove si realizza e si celebra l’incontro ineffabile con il divino, ma, al contrario, si sente immerso in una atmosfera fin troppo umana, gravata dalla materia, densa di antropocentrismo, “tecnologica” per l’uso sovrabbondante di materiali ultramoderni, per la corsa disordinata delle linee e dei piani, per il senso opprimente di oscurità, per la pesantezza dei piani e degli spazi architettonici, per l’ostentato funzionalismo delle parti rispetto al tutto, per l’assoluta mancanza di senso della trascendenza.

Di orientamento simbolico, come un tempo si usava, con l’abside rivolto a Oriente e la luce del sole che sorge ad illuminare, da dietro e dall’alto, l’altare del Santissimo, nemmeno l’ombra, nemmeno il ricordo; il campanile non è che una gettata di cemento o un groviglio di piloni d’acciaio, il cui unico scopo è sostenere la cella campanaria; invano l’occhio cerca, sia all’esterno che all’interno, un segno, un indizio, di quella presenza mistica, di quel raccoglimento interiore, di quelle condizioni che favoriscono il colloquio con Dio. Tutto parla dell’uomo, della sua scienza, della sua tecnica, del suo orgoglio di costruttore; tutto celebra non Dio, ma l’uomo, anzi, l’uomo moderno: quel particolare tipo umano che, di Dio, non sa che farsene, se non, forse, per mettersene i simboli all’occhiello della giacca e ostentarli in pubblico, come a far vedere che è lui a prenderli e toglierli quando e come vuole, dall’alto della sua razionalità e della sua efficienza produttiva.
Passando per la strada, tali edifici “sacri” si possono perfino non notare, o scambiarli, semplicemente, per delle palestre, dei cinema, delle piscine: a mala pena si vede una croce che svetta incongrua e smarrita in cima ad essi, quasi meravigliata d’essere lì; per tutto il resto, niente che faccia pensare a una destinazione sacra, niente che si distingua dalle architetture profane circostanti. E proprio qui è il malinteso: che, per dialogare con il mondo moderno, sia necessario assumerne il linguaggio, i modi, le forme mentali; che, per non apparire distanti e insensibili, bisogni mescolarsi con gli stili, con i ritmi, con le forme della modernità: anche se quegli stili, quei ritmi e quelle forme sono, storicamente e concettualmente, del tutto anti-cristiani; anche se l’essenza della modernità è il secolarismo, ossia lo sradicamento del sacro dalla vita e dalla coscienza dell’uomo; anche se le mode della modernità cambiano e si succedono a ritmo caleidoscopico (chi crederebbe, oggi, che appena trent’anni fa il comunismo apparisse ancora il Sol dell’Avvenire a milioni di giovani?) e la Chiesa, inseguendole, altro non fa che costruire sulla sabbia ed esporsi al medesimo processo di rapidissima obsolescenza e di auto-consunzione.
Le chiese post-conciliari, dicono questi cattolici moderni e progressisti, non devono spiccare, architettonicamente, rispetto al contesto circostante; non devono contrastarlo: i nuovi quartieri residenziali sorti con l’industrializzazione devono poter disporre di edifici sacri che siano in linea con lo stile della modernità. Le vecchie chiese pre-conciliari, là dove si rivelano insufficienti, vengono lasciate andare in rovina, mentre se ne costruiscono altre, ultramoderne, nelle nuove aree urbane: né a quei signori viene in mente che, forse, i fedeli si sentirebbero più a loro agio se, dopo la tristezza della fabbrica e quella dell’abitazione nel quartiere-dormitorio, potessero entrare in una chiesa che non ricordi, architettonicamente, le forme di uno svincolo autostradale o di un parcheggio metropolitano a più livelli.
Così, si sono viste antiche, splendide chiesette di paese restare in disparte, disertate dai parroci, mentre le parrocchie facevano perno sui nuovi edifici: non di rado costruiti con materiali così scadenti, o con criteri così cervellotici, o così tremendamente dispendiosi per il riscaldamento invernale, che, nel giro di due o tre decenni, sono divenuti inagibili a loro volta, e i fedeli si son dovuti adattare a partecipare alle funzioni sacre, quasi come clandestini in casa propria, nella cripta o nella cappella laterale di quei pericolanti complessi.
Potremmo fare dozzine di esempi, ma crediamo che chiunque, sia che abiti in paese, sia che abiti in città, ne conosca, per esperienza personale, più che a sufficienza. Così, a mero titolo di esempio, vincendo l’imbarazzo della scelta, ci soffermeremo a considerare la chiesa parrocchiale della Visitazione della Beata Vergine a Conegliano (in provincia di Treviso), nel nuovo quartiere di Monticella, meglio nota con il nome Santa Maria delle Grazie. Ecco come la descrive Silvia Bevilacqua nel volume «Chiese di Conegliano. Storia e guida alla visita», Vittorio Veneto, De Bastiani Editore, 2000, p. 88):

«Nella moderna chiesa di Santa Maria delle Grazie sono realizzati alcuni principi enunciati nel Concilio Vaticano II sul tema dei nuovi edifici di culto. Essa si pone innanzitutto a servizio di un’area di recente urbanizzazione ed il suo volume architettonico è posto a concorrere con l’edilizia residenziale circostante. Al suo interno è esplicita la volontà di realizzare uno spazio in cui il ruolo del presbiterio e gli altri punti focali, come il battistero ed i tabernacolo, siano distinti ma nel contempo volti a rivelare con immediatezza il legame tra il celebrante e l‘assemblea, stimolando la partecipazione attiva di quest’ultima e contrastando ogni eventuale sopravvivenza separatistica.  Alla stessa logica si riconducono gli sforzi di rinnovare estetica e simbologia degli arredi, come dimostrano il luminoso tabernacolo realizzato in cubetti di vetro e il massiccio fonte battesimale geometrico.
La progettazione del’edificio spetta all’architetto Nerino Meneghello  che la realizzò tra il 1969 e il 1971.
L’osservazione stilistica della struttura architettonica rivela in questo edificio la convivenza di semplicità e complessità. Esternamente la chiesa sembra rappresentare l’equilibrio tra due volumi intersecati: un elemento orizzontale dal perimetro sagomato appoggia sul piano creato dalla lieve rampa d’accesso e sembra quasi sostenuto dalla presenza dell’altro elemento, un parallelepipedo arrotondato che segna l’area del presbiterio, assorbendo pure la funzione di un tradizionale campanile.  Gli stessi elementi sono leggibili anche al’interno, ma le variazioni e le modulazioni che il progettista ha saputo trarre modellando la struttura in cemento a vista, creano un continuo rapporto visivo tra unione e separazione: è evidente infatti che si tratta di un edificio ad aula unica, ma in esso sono ben distinte le funzioni di alcuni spazi e ciò fornisce non solo la necessaria flessibilità, pur garantendo un’atmosfera raccolta. Unico ornamento sono le opere in terracotta  di Luigi Cillo di Vittorio Veneto, il nastro con la “Via Crucis” svolto sul battistero e la “Madonna” sostiene il Cristo nel presbiterio.»

Tutto quel che si capisce, in tanta profusione di iperboliche lodi, è che l’architetto ha voluto fare piazza pulita della tradizione, in none dei presunti enunciati del Vaticano II; che ha ridotto l’accesso della chiesa a una rampa che ricorda quella di un garage, e il corpo centrale della stessa a un parallelepipedo con campanile incorporato; che ha voluto rinnovare l’estetica facendo sparire tutti gli arredi non strettamente indispensabili e sopprimendo, in pratica, la decorazione pittorica e scultorea (un omaggio alla teologia protestante?); che ha inteso favorire la stretta unione fra il celebrante e l’assemblea e combattere ogni eventuale sopravvivenza separatistica (e che cosa sarà mai? forse voleva dire soggettivistica e individualistica?); che ha voluto concorrere (nel senso di competere, o in che senso?) con l’edilizia profana circostante, come a rassicurare i palazzi e i condomini prospicienti: state tranquilli, non vi darò ombra, sono uno di voi, siamo della stesa pasta, stiamo dalla stessa parte della barricata!
Che tristezza; e, soprattutto, che confusione concettuale, oltre che estetica. E pensare che a poche decine di metri si erge ancora, certo troppo piccola per le accresciute esigenze di una popolazione in continuo aumento, quel gioiello che è l’originaria chiesa della Beata Vergine della Grazie, edificio settecentesco eretto sul luogo di un convento francescano del XV secolo, al cui interno si trovano pure alcune perle pittoriche, come una «Madonna col Bambino in trono, tra i santi Giovanni Battista e Francesco», di Francesco Beccaruzzi, ancora aperto al culto, anche se le funzioni sacre si svolgono quasi solo in occasione di qualche matrimonio. Quale contrasto fra la grazia semplice, armoniosa, limpida, del piccolo, vecchio edificio, e la pesante, insipida anonimità del nuovo, tutto modernismo e funzionalismo, un cubo di cemento in mezzo ad altri cubi di cemento: e questo sullo sfondo di un meraviglioso paesaggio collinare, che si sarebbe prestato a ben altro esercizio di stile architettonico, proprio in nome della valorizzazione del contesto ambientale!

Le brutte chiese postconciliari inseguono il mondo, non cercano il divino

di Francesco Lamendola
Articolo d'Archivio

  
Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 10/02/2015 e l'11/02/2015
continua su:
 http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/storia-e-cultura-delle-venezie/citta-e-luoghi-della-serenissima/1907-brutte-chiese-postconciliari

GENOVA CONSACRATA ALLA MADONNA. E INOLTRE: L’ABATE FARIA CONTRO LA SCIATTERIA MUSICALE DIFFUSA IN CHIESA.





MARCO TOSATTI

Oggi l’Abate Faria si toglie un sassolino dalla scarpa in tema di musica nelle chiese. Racconta un episodio, che però – ahimè – è indicativo di una tendenza che purtroppo ormai è super diffusa. Un esempio eccelso del ridicolo e della sciatteria della Chiesa che cerca di “aggiornarsi”, verso il basso. Ma apriamo però il blog di oggi con una notizia seria, che ci ha fatto molto piacere (Genova è la città d nascita di chi scrive. Che è questa, ed è collegata alla fotografia del blog odierno: il 16 ottobre 2017, il Cardinale Angelo Bagnasco ha consacrato la diocesi di Genova a Maria Santissima, indicando anche nella Santa Messa e nel Rosario quotidiani le armi contro il Maligno e contro il secolarismo che porta a vivere senza Dio o come se Dio non esistesse. Inutile ricordare che si è celebrato in questi giorni il centenario dell’ultima apparizione a Fatima.
Ma ecco a voi l’Abate Faria:
Me ne camminavo solo soletto per Roma quando da una piazza ascoltavo venire incitazioni di tono sudamericano amplificate da un altoparlante. Poi canti, invocazioni, preghiere. I canti erano la solita roba pop con parole vagamente religiose. Mi aspettavo di trovare qualche nuovo movimento cattolico, ma in realtà erano pentecostali sudamericani che promuovevano le proprie chiese.
Interessante il fatto che mi possa esser venuto il sospetto fossero cattolici. Certo in ambito profano si può capire che si usino linguaggi musicali più popolari, pur se si dovrebbe stare attenti a non scadere nel ridicolo. Eppure, quello che è preoccupante, è che questa profanizzazione del sacro è oramai ben dentro le nostre parrocchie, dove ragazzotti di buona volontà (ma cattiva preparazione liturgica) ci ammorbano con i rimasugli rivoluzionari del postconcilio o con le cantilene melense nate all’ombra delle cupole romane e delle conferenze episcopali. La liturgia è a un livello così basso…ma in Vaticano si ritiene utile prendersela con la “rigidità” di quelli legati alla forma straordinaria. C’è sicuramente questo elemento in alcuni settori di questo mondo. Io mi rallegrerei che c’è ancora qualcuno che rimane “rigido” dopo decenni di sdilinquimenti pseudo musicali, che sarebbero molto più adeguati ad un corso propedeutico per eunuchi (ma non per il regno dei cieli) che alla grandezza e alla santità della liturgia cattolica.
Abate Faria

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